Il voto alle donne in Italia

È il 1° febbraio 1945 quando in Italia, col decreto legislativo luogotenenziale n. 23, il diritto di voto viene esteso alle donne. Il secondo conflitto mondiale è ancora in corso e gran parte dell’Italia del nord è ancora sotto l’occupazione nazista, ma ormai è chiaro che non manca molto alla Liberazione e alla fine della guerra. Tolto di mezzo anche il fascismo, il futuro non potrà che essere democratico e ci si comincia ad organizzare.

Le lotte (dimenticate) per il voto alle donne

Il diritto di voto alle donne arriva dopo oltre 80 anni di storia unitaria, costellata durante l’età liberale di battaglie femministe (che anche qualche uomo portò avanti) e dibattiti parlamentari. Eppure non fa notizia come si penserebbe e chi ne parla pare soffrire di un’amnesia: il Ventennio ha “lavorato” bene nella testa delle persone. Così bene che tuttora, nella manualistica scolastica, quelle lotte non sono raccontate e poco se ne sa. Sono più note, come lo erano al tempo, le lotte delle suffragiste inglesi o statunitensi. Peccato, perché le “educate” battaglie delle italiane ci dicono molto di quel tempo e riflettono tanto il nostro presente. Basti pensare che inizialmente l’esclusione delle donne dalla cittadinanza politica è implicita: non c’è nemmeno bisogno di giustificarla. È poi resa esplicita dalla necessità di replicare alle rivendicazioni femminili. Non si tratta però solo di escludere le donne dal voto, ma anche dall’indipendenza (pensiamo all’autorizzazione maritale abolita solo nel 1919) e dal possesso della propria persona. Quest’ultima esclusione perdurerà a lungo anche dopo il 1945.

Il voto alle donne: conquista o risarcimento?

Per le donne che hanno fatto l’esperienza della Resistenza, il diritto di voto è una conquista, ma anche qualcosa di ovvio, scontato. Con il crescere delle responsabilità assunte durante la guerra e (per chi l’ha fatta) durante la Resistenza, cresce nelle donne anche il bisogno di libertà e il senso di uguaglianza: il conflitto ha rotto i tradizionali confini di genere. I passi avanti fatti nel mondo del lavoro e nelle responsabilità famigliari sono anche un passo avanti nella Storia. Con l’ingresso nella Resistenza, le donne entrano nella sfera pubblica: non si tratta semplicemente di impegnarsi nella sfera militare bensì di fare scelte politiche (tra l’altro la gran parte delle donne neanche usa le armi o svolge ruoli di staffetta, ma si impegna nella Resistenza civile). È dunque per molte qualcosa di dovuto, mentre per altre è un risarcimento per le sofferenze di quella guerra voluta dagli uomini e che, col voto, si spera di non dover più subire. In fondo gli uomini sono per la guerra e le donne per la pace, no? (è un luogo comune sul quale sarebbe interessante riflettere).

C’è in ogni caso anche la speranza di poter migliorare la condizione femminile:

Le donne sono trattate con ingiustizia, perché gli uomini si vede che hanno fatto le leggi loro, perché non hanno voluto neanche una donna che faccia le leggi.

dice al marito una donna di Novi di Modena, candidata alle elezioni amministrative per il Partito comunista.

Votare ed essere votate

Quando nel 1945 si decide di estendere il diritto di voto alle donne, i due partiti di massa (PCI e DC) ragionano in una logica strategica di costruzione del consenso, ma la base resta diffidente anche tra i militanti che giudicheremmo più progressisti (e quante colpe si prenderanno le donne per le vittorie democristiane alle politiche del 1946 e del 1948!).

Il diritto di voto alle donne rompe la tradizionale e secolare separazione tra la sfera privata e quella pubblica. È qualcosa di fortemente simbolico, che contrasta col ritorno all’ordine desiderato da molti, donne comprese. Anche perché quel confine tra pubblico e privato era stato cancellato dal fascismo, che per primo aveva politicizzato le donne, dando loro un ruolo sulla scena pubblica, per quanto assolutamente non libero e vincolato invece agli scopi del Regime. È qualcosa che apre a molti dilemmi, ancora di più quando – nel marzo 1946 – un nuovo decreto sancisce l’eleggibilità delle donne (decreto luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946). Come può muoversi una donna sulla sfera pubblica? Dovrebbe diventare come gli uomini o dovrebbe invece rivendicare capacità e qualità che non hanno valore per la cittadinanza? Che valore hanno la maternità e le capacità di cura in una società che è stata pensata, voluta e costruita secondo il pensiero, le scelte, i gusti dell’uomo? È possibile conferire un nuovo significato alla politica? Come bene osserva la storica Anna Rossi-Doria, la vita pubblica è stata costruita come elemento chiave della mascolinità e arrivare a una ridefinizione femminile della politica è arduo. Così arduo che ci dobbiamo ancora arrivare.

Non dimentichiamo poi che alla pienezza dei diritti politici per molto tempo non corrisponderà la pienezza dei diritti civili, che si raggiungono solo – e non del tutto – con gli stravolgimenti che caratterizzano gli anni ‘60 e ’70 (per fare un esempio, pensiamo al nuovo diritto di famiglia che arriva solo nel 1975).

Così, il diritto di voto alle donne in Italia è un giro di boa fondamentale, non un punto d’arrivo. “C’è ancora domani”, insomma, anche per noi.

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