Sabato 25 luglio 2026 a Montefiorino sarà offerta a tutte e tutti la pastasciutta antifascista! Ci troveremo in piazza Teofilo Fontana dalle 19.30, dove saranno disponibili anche stand gastronomici e bevande. Durante la serata sono previsti anche, alle ore 19.30, il mio intervento storico e, a seguire, attorno alle ore 20, il concerto delle “Storiestorte”, duo acustico composto da Corinna Venturini (chitarra) e Giorgia Dalle Ore (chitarra e voce). Non potrà mancare, in autogestione sopra e sotto il palco, l’esecuzione di una “Bella ciao” collettiva, alla quale si potrà contribuire anche portando il proprio strumento.

L’evento è alla sua decima edizione e cade quest’anno nell’80° dal voto alla donne. Proprio per questa ragione sono stata chiamata a tenere un intervento storico per raccontarvi di donne tra lotta e partecipazione. L’estensione del diritto di voto fu infatti per le donne il coronamento di un lungo impegno nelle lotte per i propri diritti, che le vide protagoniste delle proteste nel mondo del lavoro e attive antifasciste.
L’evento è organizzato dall’associazione “Amici del Museo della Resistenza di Montefiorino”, che si propone di approfondire e divulgare la storia della Repubblica partigiana di Montefiorino e della Resistenza italiana ed europea e mira a promuovere la storia del territorio, la cultura democratica e antifascista. La pastasciutta organizzata a Montefiorino è inoltre in rete con la pastasciutta antifascista di Casa Cervi.
Ma perché la Montefiorino antifascista e, più in generale, il popolo antifascista amano ritrovarsi nella data del 25 luglio?
Cosa succede il 25 luglio 1943?
Il 25 luglio 1943 è una delle date più significative del Novecento italiano. Proprio in quel giorno, infatti, con l’arresto di Benito Mussolini, crolla il regime fascista, che controllava il potere da oltre 20 anni. È un momento decisivo per le sorti dell’Italia nella Seconda guerra mondiale: il nostro Paese è stremato dalla guerra, ma può davvero sganciarsi dalla Germania nazista e uscire dal conflitto?
Con l’arresto del Duce, la tensione che da tempo dilania il Paese arriva al culmine: già dall’inizio degli anni Quaranta diversi italiani avevano cominciato ad accorgersi che la retorica del regime – ciò che il regime raccontava – era molto lontana dalla realtà dei fatti. L’Impero fascista non era pronto a sostenere una guerra totale come quella scatenatasi in Europa alla fine dell’estate del 1939.
L’andamento del conflitto era stato disastroso fin dai primi mesi, ma la situazione si era progressivamente aggravata. Il razionamento alimentare costringeva le famiglie operaie e bracciantili a fare i conti con la fame, mentre i bombardamenti aerei si susseguivano e aumentavano d’intensità colpendo le città portuali e industriali, con bilanci drammatici e danni consistenti.
Allo sbarco delle truppe alleate in Sicilia all’inizio di luglio del 1943, le forze armate italiane non riescono a opporre resistenza e si rassegnano ben presto alla perdita dell’isola. Solo dieci giorni dopo, gli statunitensi sganciano per la prima volta bombe su Roma: sono colpiti lo scalo ferroviario di San Lorenzo e altri quartieri popolari e si contano oltre 1.500 morti.
La svolta del 25 luglio e la pastasciutta antifascista
Nella seconda metà di luglio alcuni gerarchi sollecitano la convocazione del Gran Consiglio del Fascismo. Mussolini accetta questa proposta e fissa la riunione per il pomeriggio del 24 luglio. La discussione è animata: i rovinosi fatti degli ultimi mesi e l’impatto dei bombardamenti spingono diversi membri a chiedere la rottura dell’alleanza con la Germania nazista. Il gerarca bolognese Dino Grandi presenta un ordine del giorno che mette in minoranza la posizione bellicista e filo-nazista di Mussolini.
Il voto del Gran Consiglio apre così la strada all’arresto del Duce, ratificato dal re Vittorio Emanuele III il 25 luglio 1943. Il sovrano infatti cerca di scaricare sul Duce tutte le responsabilità del fallimento militare e dei crimini commessi dalle truppe italiane.
In quel momento donne e uomini si illudono che si sia giunti a un cambiamento radicale e che la guerra possa finalmente finire. Non è così perché, di fronte al tracollo del Regio Esercito, Casa Savoia cerca semplicemente di salvare la propria immagine e la compattezza del blocco sociale che ha sostenuto il fascismo. Tolto dalla scena il leader più visibile e compromesso, la monarchia spera di raggiungere un’intesa con gli Alleati senza perdere il controllo sulla politica nazionale. Così il 25 luglio 1943 Vittorio Emanuele III affida il governo al maresciallo Pietro Badoglio, un militare che ha goduto a lungo dei favori di Mussolini (e si è macchiato di crimini nella guerra di Etiopia). Badoglio si attiva subito affinché le manifestazioni di giubilo per la destituzione del Duce vengano contenute o soffocate dalle forze di polizia. Manifestazioni e festeggiamenti, tuttavia, si tengono in molte zone del Paese.
Nella pianura reggiana, a Campegine, una famiglia contadina decide di offrire a tutta la comunità una pastasciutta in piazza. Sono i Cervi, coltivatori e antifascisti. Anni dopo, papà Alcide ricorda quel momento come «il più bel funerale del fascismo». È proprio per ricordare questo evento che, negli ultimi anni, il 25 luglio è tornato a essere il giorno della pastasciutta antifascista.
I 45 giorni
Badoglio si affretta poi a dichiarare che «la guerra continua al fianco dell’alleato tedesco». Intanto però i diplomatici avviano trattative con gli Alleati per portare il Paese fuori dal conflitto e all’inizio di settembre del 1943 viene firmato l’armistizio. Da lì, la reazione nazista con l’occupazione dell’Italia del centro-nord.
Nel frattempo, durante i 45 giorni badogliani, le idee dei vecchi antifascisti avevano ricominciato timidamente a diffondersi nella società: le loro voci, ridotte al silenzio per più di vent’anni, avevano riacquistato vigore e credito e gli antifascisti diventano così punti di riferimento per una generazione di giovani – donne e uomini -che sentono il bisogno di radicare il loro disprezzo per l’ingiustizia. Anche se, quasi ovunque, i primi protagonisti della Resistenza inizieranno a riunirsi clandestinamente soltanto dopo l’annuncio dell’armistizio, la loro volontà di passare dalle riflessioni ai fatti nasce nei “quarantacinque giorni” che seguono il 25 luglio, anche in contrapposizione alle decisioni repressive e autoritarie del governo Badoglio. Si sogna un avvenire di giustizia, libertà ed equità sociale che di lì a poco guiderà il movimento di liberazione: la Resistenza. Per le donne sarà anche l’occasione per cercare riscatto ed emancipazione.

Per informazioni sull’evento del 25 luglio 2026 a Montefiorino contattare Chiara al numero 346.2114373
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