Il divorzio in Italia: una conquista per le donne

Già il diritto romano puniva la moglie adultera più gravemente di quanto non facesse col marito. Le leggi che entrano in vigore con l’Unità d’Italia di fatto parlano addirittura solo di adulterio della moglie, come se quello del marito non esistesse (agli uomini tutto o quasi è concesso!). Il fascismo riprende quella concezione, così dal 1930 vale l’art. 559 del codice penale “Rocco”, dal nome del Ministro di grazia e giustizia del Governo di Mussolini. Come vedremo, sarà così fino alla fine degli anni ’60 del Novecento. Infatti anche quando – nel 1948 – entra in vigore la nostra Costituzione, molte leggi rimangono quelle del codice Rocco, finché non vengano espressamente abrogate (è così ancora per molte leggi).

L’articolo del codice Rocco stabiliva una disparità di trattamento: la colpa della donna pesa di più. Infatti:

  • la moglie adultera è punita con la reclusione fino a un anno e la stessa pena tocca all’amante. Se si tratta di una relazione, la pena si estende a 2 anni. Il marito può querelare la moglie. 
  • Il marito, che tiene una concubina nella casa coniugale, o notoriamente altrove, è punito con la reclusione fino a 2 anni e lo stesso vale per la sua concubina.

Insomma, il marito deve arrivare addirittura a convivere con l’amante per essere punito. Il semplice adulterio neanche viene preso in considerazione. Questo articolo viene dichiarato costituzionalmente illegittimo tra il 1968 e il 1969. Fino ad allora, il matrimonio per una donna poteva essere veramente una gabbia senza alcuna via d’uscita: non era prevista la possibilità del divorzio, ma, per le sole donne, nemmeno quella di trovare la felicità affettiva con altri.

Al di là della condivisibile condanna morale dell’adulterio, si invita il lettore a concentrarsi sulla disparità di trattamento di uomini e donne. Quella legge rende evidente come per la mentalità comune alle donne spettassero più doveri e meno libertà. Non era vero solo per l’adulterio, ma per molti altri aspetti della vita matrimoniale: così le donne nel matrimonio stavano (e forse stanno) peggio degli uomini.

Non era prevista, se non in pochissimi casi, la possibilità del divorzio... Eppure di divorzio in Italia si parlava da molto tempo.

La lotta per il divorzio in Italia

Quella per il divorzio, come quella per il voto, è una lotta che comincia subito dopo l’Unità d’Italia e stiamo quindi parlando della seconda metà dell’800. C’è anche un uomo che porta avanti quella richiesta, motivandola proprio come una battaglia per le donne: è il deputato Salvatore Morelli. Ma nessuno lo ascolta.

All’inizio del ‘900, alcune donne, come le socialiste Anna Kuliscioff e Argentina Altobelli, ritengono che ottenere la possibilità del divorzio sia importante per le donne, ma che in quel momento ci siano questioni più urgenti di cui occuparsi. Le donne inoltre non hanno ancora indipendenza economica. Poi arriva il fascismo, che addirittura punisce chi non si sposa, tassandolo. Figuriamoci se, proprio in quell’Italia, si può parlare di divorzio.

Quando nel dopoguerra si lavora per scrivere la Costituzione italiana, la questione resta fuori: è già tanto se Nilde Iotti (PCI) riesce a non far scrivere la parola “indissolubile” accanto alla parola “famiglia” nell’art. 29, lasciando così aperta la possibilità futura di introdurre il divorzio.

È difficile, in un paese come l’Italia, dove la Chiesa ha tanto potere e tanta influenza, portare avanti una lotta come quella. Anche perché, in fondo, chi continua a star male nel matrimonio sono le donne. Gli uomini sono molto più liberi, anche quando sono impegnati.

Con gli anni ’60 si muove finalmente qualcosa. Sono anni di grande fermento e molte giovani donne “progressiste” trovano che l’Udi, per non urtare il PCI, abbia tralasciato di portare avanti qualcosa che non può più attendere, ovvero la lotta per il divorzio. La “vecchia” associazione femminista, insomma, aveva perso il suo slancio. La battaglia per il divorzio viene portata avanti da altri, che raccolgono ciò che si sta facendo avanti nella società, nell’opinione pubblica, man mano che ci addentriamo negli anni ’60.

Nel 1965, il socialista Loris Fortuna propone un disegno di legge per il divorzio. Determinante è poi l’apporto della Lega italiana per il Divorzio, promossa da Marco Pannella e dal Partito Radicale.

I movimenti femministi figli di quegli anni si attivano, le manifestazioni si moltiplicano. Alla fine anche l’Udi farà sua questa battaglia. Il 1° dicembre 1970 viene approvata la legge: il divorzio in Italia è realtà! I conservatori si mobilitano subito per un referendum abrogativo, ma nel 1974 la legge è confermata.

È un giro di boa che porta alla riforma del diritto di famiglia del 1975: uomini e donne hanno pari dignità, l’uomo non è più il capofamiglia: è la famiglia democratica. Quasi un secolo di lotta, che fatica!

P.S.: lo sapevi che in Italia a chiedere la separazione sono – nel 70% dei casi – le donne? Ecco perché il divorzio è ancora oggi una conquista per le donne.

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