La Resistenza nell’alta valle del Secchia

Nel dicembre 1943 l’alta valle del Secchia vede nascere le prime forme della Resistenza armata. Molti giovani della montagna rifiutano il reclutamento della Repubblica sociale italiana e si nascondono. I gruppi dei “ribelli” trovano rifugio tra le case dei contadini e i boschi. In clandestinità incontrano alcuni vecchi oppositori del regime, che li esortano a lottare per farla finita con i fascismi.

In diversi paesi dell’Appennino modenese i renitenti alla leva recuperano le armi abbandonate dai soldati dopo lo sbandamento dell’8 settembre. Chi sa combattere insegna agli altri come difendersi dalle ricerche dei Carabinieri e della Guardia nazionale repubblicana, la nuova polizia fascista.

Già nell’ultima settimana di dicembre le prime bande partigiane respingono con decisione i rastrellamenti dei militari. Tuttavia i fascisti reagiscono all’uccisione di due Carabinieri arrestando e condannando a morte Carlo Tincani e Ultimo Martelli, due contadini di Gusciola (Montefiorino). La fucilazione avviene a Modena il 1° gennaio 1944.

Nelle settimane successive, le formazioni della Resistenza attive nell’alta valle del Secchia contrastano le offensive dei reparti repubblicani. Le principali operazioni di rastrellamento si concludono con rapporti allarmistici o bilanci negativi. In alcuni casi, i partigiani passano addirittura all’attacco e diversi presidi dell’Appennino subiscono gravi conseguenze.

La strage di Monchio, Susano e Costrignano

All’inizio del marzo 1944 i nazisti lanciano operazioni antipartigiane sull’Appennino tosco-emiliano. Non ottengono, però, risultati rilevanti, mentre subiscono perdite superiori al previsto. A metà mese Francesco Bocchi, Commissario Prefettizio di Montefiorino, chiede il sostegno di un reparto corazzato per fermare la Resistenza. Allora il capitano Kurt Christian Von Loeben interviene con la 2° e la 4° Compagnia della 1. Fallschirm-Panzer-Division Hermann Göring.

Nel mattino del 18 marzo, dalla rocca di Montefiorino, i militari tedeschi cannoneggiano Monchio, Costrignano e Susano. Dopo l’azione dell’artiglieria, i reparti esploratori della Hermann Göring rastrellano in maniera sistematica gli abitanti dei tre borghi. Le donne e i bambini sono costretti ad assistere alle violenze che i militari infliggono ai loro cari. Gli uomini trasportano i loro averi nelle piazzette, poi vengono fucilati in maniera sommaria. Quando i nazisti non trovano alcun oggetto da razziare, però, sparano subito. Alla Buca di Susano e a Vallimperchio uccidono anche le donne e i bambini. Alle operazioni partecipano anche due reparti fascisti, composti da una trentina di militi, che si distinguono per una spiccata volontà di vendetta.

Alla fine della giornata si contano 136 morti e circa 150 case danneggiate o distrutte. Kurt Christian Von Loeben annuncia di aver sterminato “circa trecento ribelli”. Anche il Commissario Prefettizio Francesco Bocchi giustifica le devastazioni come misure repressive contro i partigiani e nega le uccisioni indiscriminate di civili. Sia l’Agenzia Stefani, sia la “Gazzetta dell’Emilia”, schierate col fascismo, sostengono la sua linea.

La strage di Monchio, Susano e Costrignano è un colpo duro per le popolazioni dell’alta valle del Secchia, ma non spegne la Resistenza. Con l’avanzare della primavera arrivano nuovi giovani, costretti a fuggire in montagna perché renitenti alla leva fascista. I partigiani imparano dalle esperienze dell’inverno e si organizzano in maniera più stabile. Nasce un movimento solido e determinato, che si compatta intorno alla Brigata “Ciro Menotti”.

Dagli sviluppi della primavera alla zona libera di Montefiorino

A partire dalla seconda metà di maggio, i partigiani attaccano più volte i presidi fascisti tra il Frignano e la valle del Dolo. Molti comandi della GNR ripiegano nei paesi più vicini ai reparti tedeschi. Il 17 giugno il comandante Mario Ricci “Armando” prende il controllo della rocca di Montefiorino. Inizia così l’esperienza della zona libera, un’area dove i nazisti e i fascisti non hanno alcun controllo, estesa tra l’Appennino modenese e quello reggiano.

Oltre a Montefiorino, che le dà il nome, la zona libera comprende i Comuni di Frassinoro, Polinago, Prignano sulla Secchia, Toano, Villa Minozzo e Ligonchio. In tutti questi municipi i capifamiglia eleggono i sindaci: le giunte si attivano per l’approvvigionamento alimentare e per cercare soluzioni ai problemi della montagna. Nell’alta valle del Secchia arrivano centinaia di renitenti alla leva e aspiranti partigiani. Fino ad allora hanno vissuto nascosti nei fienili o nei rifugi di campagna, ma a Montefiorino sperano di ritrovare la libertà. Lì anche chi non sa combattere può sentirsi al sicuro, senza doversi più nascondere.

“Armando” diventa comandante del Corpo d’Armata Centro Emilia, che riunisce partigiani modenesi e reggiani. Ha la responsabilità di difendere il territorio libero, ma gli mancano le armi e le forze militari. Il 30 luglio i nazisti attaccano la zona libera di Montefiorino con le truppe corazzate. I partigiani sono circa 5.000, ma non possono resistere: l’armamento non è sufficiente e molti giovani vivono proprio in quell’occasione il “battesimo del fuoco”. Le formazioni cominciano dunque il ripiegamento. Nei primi giorni di agosto, i partigiani scendono lungo le valli del Secchia e del Panaro, dove ritrovano i problemi e i pericoli della clandestinità.

Nell’immagine di copertina, l’abitato distrutto di Monchio di Palagano dopo la strage del 18 marzo 1944.

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