L’8 settembre 1942 è una data che ha segnato la storia d’Italia: quel giorno fu annunciato l’armistizio con gli anglo-americani e, di fatto, cominciò l’occupazione nazista. In più occasioni, tra il 2017 e il 2023, mi è capitato di ideare e condurre narrazioni storiche itineranti che raccontassero proprio quel momento di svolta nell’ambito del secondo conflitto mondiale.
2017: passi di Resistenza a Maranello
Per fare passi di Resistenza per le strade di Maranello non si può non partire dall’8 settembre o, meglio dai 9: il 9 settembre 1943 è infatti il giorno in cui fu ucciso l’antifascista Demos Malavasi, nelle ex scuole di via Vittorio Veneto. E’ ciò che ho fatto il 9 settembre 2017, in collaborazione con l’Anpi di Maranello e con il patrocinio del Comune di Maranello. Quel giorno erano presenti anche alcuni dei protagonisti dei racconti partigiani della giornata: Mario Corradini, nome di battaglia “Fritz”, e Dante Corti “Notte”. Avevano all’epoca 89 e 90 anni ed era stato assegnato loro il compito di chiudere l’evento con le loro testimonianze. Chi tra noi aveva pensato che ci avrebbero atteso in piazza a fine giro si era sbagliato di grosso: erano più che mai determinati e hanno camminato con noi dall’inizio alla fine.
Il pubblico era fatto di donne, uomini, giovani, giovanissimi e meno giovani. Un pubblico vario, per un evento che ho cercato di costruire in modo che fosse alla portata di ciascuno, coinvolgente e interessante per tutti. Ho riconosciuto tra di loro qualche volto noto, ma non la gran parte e questo mi ha fatto felice. È bello avere un pubblico che ti segue, evento dopo evento, ma vedere occhi nuovi e curiosi mi ha fatto ancora più piacere.

Eravamo oltre una trentina e non pensavamo saremmo stati così tanti! Spesso alle mie iniziative sono venute anche più persone, ma si trattava di una “prima” per Maranello, dove non mi conosceva nessuno e, a dire il vero, è il numero di partecipanti ideale per questo tipo di iniziativa. Dopo i saluti di un rappresentante del direttivo dell’Anpi di Maranello e del sindaco, comincio il trekking, fiduciosa che conoscere la storia più vicina a noi, quella che prende le mosse dal Ventennio fascista, possa aiutarci a orientarci meglio nel nostro presente.
I primi Passi di Resistenza non sono stati “racconti partigiani”. Per capire che cos’è stata la lotta di Liberazione, bisogna mettersi alla ricerca delle sue radici. Un trekking di Public History deve avvicinare la complessità della storia ai cittadini del 2017, che assistono alla riscossa del neofascismo. La strada per la comprensione passa dal ritorno al momento in cui tutto è aperto. Come mai all’inizio degli anni Venti lo squadrismo fascista, da movimento ibrido e anti-borghese, è diventato il braccio armato degli agrari e degli imprenditori?
La domanda innesca un processo che insegna a leggere il nostro presente. Nella crisi del primo dopoguerra tanti cercano un capro espiatorio: perché non additare i “disfattisti”? E per quale motivo, nella loro schiera, non isolare proprio i socialisti? La loro idea di rivoluzione non è compatibile con le trombe del nazionalismo e con gli interessi dei “padroni”. Neanche i “penultimi” li amano, perché temono di scivolare al livello degli ultimi. Eccolo lì, il nemico perfetto. Quasi come accade oggi, sulle arene virtuali dei social e nelle piazze dell’estrema destra.
La società e le istituzioni lasciano sempre più spazio al fascismo: chi meglio delle camicie nere può risolvere i problemi degli italiani? Nel 1922 le classi dirigenti credono di controllare Mussolini e le sue bande a proprio piacimento. S’illudono: l’uomo di Predappio prende il potere e si consolida. Eccolo lì, il Duce, pronto a costruire “l’Uomo Nuovo”, a esaltare la “razza italica”, a forgiare la “nazione guerriera”. E a trascinarla verso le bombe e la fame. Come rialzarsi da quello sfacelo? Serve un sussulto quotidiano. C’è bisogno di quella forza disperata che emerge negli occhi dei testimoni, nei loro “racconti partigiani”.
Ma come si può trovarla, quella forza disperata dei racconti partigiani, all’indomani dell’8 settembre 1943? Il Regio Esercito è senza ordini, i nazisti occupano l’Italia e i civili non sanno che fare. Quando nasce la Repubblica sociale italiana, una generazione di soldati sta per diventare “clandestina a casa propria”. O combatti dalla parte di Hitler e Mussolini – mettendoti contro l’unica Italia riconosciuta dal mondo “non fascista” – o lotti per liberarti dalla svastica e dal littorio, che detengono il potere grazie alle armi. Non hai scelta, devi scegliere.

Che fare? Dove andare? Storie come quella di Demos Malavasi diventano punti di riferimento per quei pochi che già sanno come si combatte e perché si deve lottare contro i fascismi. Demos ha conosciuto la clandestinità dell’organizzazione comunista, gli arresti, la galera e Ventotene, ma non ha mai dimenticato la lezione di suo padre. Non si è mai piegato ai fascisti, anzi. In carcere ha letto libri e ascoltato racconti, si è formato come uomo e ha imparato a sognare più forte.
Nell’agosto del 1943 Demos non fa in tempo a tornare libero che viene già chiamato alle armi. Finisce a Maranello, insieme a Mario Ricci. L’armistizio dell’8 settembre li coglie nelle ex scuole di viale Vittorio Veneto. Nella notte successiva i tedeschi fanno irruzione nell’edificio: una pallottola raggiunge Demos al volto. Il suo antifascismo non riesce a diventare Resistenza. Sopravvivono i suoi insegnamenti, che animeranno la lotta del comandante Ilio Barontini e le azioni di tanti partigiani emiliani.
Invece Mario Ricci, il futuro Armando, riesce a fuggire. Come lui tanti altri sbandatisi dopo l’8 settembre. La loro fuga è protetta in modo spontaneo dalla popolazione – e dalle donne in particolare – che in quei giorni confusi e concitati aprono porte, offrono abiti, nascondono, accompagnano. Sono le prime, spontanee, iniziative di Resistenza civile, che poi per qualcuno diventeranno più organizzate e consapevoli.
Come racconto, la Storia le ha a lungo ignorate, preferendo celebrare i fatti d’armi e le azioni maschili. Le donne stesse per molto tempo non hanno raccontato l’aiuto offerto in quei mesi, considerandolo scontato o meno importante. Non ci sono nemmeno molti documenti scritti che raccontano queste vicende. Per ricostruirle bisogna interpretare testimonianze come questa di Armando, che in quei primi giorni troverà aiuto e sostegno grazie a donne e famiglie del paese. O come quella di donne di Maranello come Oneglia, la cui famiglia – 8 figli e un padre ammalato – ha a lungo diviso il poco che aveva con un soldato toscano in attesa di un contatto per unirsi ai partigiani.
Non c’è eroismo in queste storie. C’è, invece, qualcosa di più vicino a noi, qualcosa più alla portata di tutti e al tempo stesso non meno fondamentale. Lo ha detto anche il partigiano Dante Corti, a fine passeggiata, ringraziando le donne a cui deve la vita.
Dopo la commemorazione e le narrazioni previste per questa tappa, ho approfittato della collaborazione del Comune di Maranello che ha aperto per noi gli uffici comunali, nelle ex scuole di via Vittorio Veneto: qui la storia ha lasciato i suoi segni sulla ringhiera delle scale che portano al primo piano. Sono i segni dei colpi sparati quella notte, ancora ben visibili 74 anni dopo. Hanno deformato il ferro: riusciamo a immaginare cosa poteva significare sentire quei proiettili fendere l’aria vicino a noi, ricevere quei colpi nella carne? Fa paura, fa male. Ancora oggi.

Hanno guardato stupiti i bambini, ma anche gli adulti, cittadini di Maranello che in questo edificio hanno fatto le scuole tempo dopo questi fatti. E hanno scoperto solo in quel momento di avere avuto sotto gli occhi la loro storia. Ma senza la memoria, senza la ricostruzione storica tutto rischia di perdersi.
La quarta tappa della nostra camminata è stata dedicata a Enzo Ferrari. Qualcuno, prima di partire, mi ha chiesto “Perché? Anche lui…” Ho rimandato la risposta, perché la questione è complessa e ci vuole tempo per spiegarla. Alla tappa presso il monumento che ricorda il commendatore, in piazza Libertà, siamo arrivati carichi delle narrazioni sul Ventennio e sull’8 settembre e allora è stato più facile provare a calarsi in quegli anni, per capire quale potesse essere la posizione di un imprenditore dell’epoca. Enzo Ferrari fu amico o nemico della Resistenza? Gli industriali di quel tempo si trovano tra due fuochi: senza relazionarsi coi tedeschi non potevano continuare a lavorare, ma ad un certo punto non potevano nemmeno ignorare le forze della Resistenza. Forse allora si trattò di stare in equilibrio?
Nelle iniziative che organizzo, però, non mi interessa solo rispondere a questo tipo di domande. Mi interessa anche imparare qualcosa che può aiutarci a provare a capire il nostro presente. In questo caso, le polemiche nate nel 2000 in seguito alla pubblicazione di una testimonianza, una sola e non documentata, a fronte di ricostruzioni storiche basate su testimonianze documentate, mi sono servite per parlare di questioni metodologiche: di storia e memoria, prima di tutto, e poi di critica delle fonti. Della necessità, cioè, di imparare dagli storici a cercare la “verità” confrontando sempre più fonti, di provenienza diversa, chiedendosi anche che motivazioni e che contesti stanno dietro le testimonianze o i documenti. Questo atteggiamento critico dovrebbe magari essere anche l’atteggiamento di tutti noi quando guardiamo al nostro presente, leggendo i giornali, guardando la televisione o leggendo un post su Facebook…
Mentre cercavamo i segni della Resistenza sulla Maranello del 2017, i partecipanti si sono aperti alla curiosità. Camminando fianco a fianco è più facile vincere la timidezza o la paura di fare una figuraccia: sono così arrivate domande sui rapporti tra i partigiani e gli Alleati, sui libri di riferimento per capire la guerra in Italia e a Modena.

Quando è finito il cammino nella storia, è cominciato il viaggio nella memoria. Dante e Mario ci hanno ascoltato, accompagnato e sorriso in tutte le tappe. All’ultima, sono tornati con la mente a quando erano “Notte” e “Fritz”, ai giorni della lotta. I loro occhi si sono accesi e il tempo si è fermato: “oh, ti ricordi la Befana del Quarantacinque? A Santa Giulia, c’era un metro e venti di neve!” Racconti di missioni tra i boschi, giorni e notti di viaggio, spensieratezze giovanili adombrate dal peso di una guerra totale. “L’importante è che voi non torniate a mettervi nella situazione che abbiamo vissuto noi”. Il presente incombe sempre, anche su ricordi filtrati attraverso una militanza lunga più di settant’anni.
È la forza della memoria, che abbatte le gabbie del tempo con l’energia del vissuto individuale. Nessuno potrà mai eguagliare la forza emotiva e narrativa di una testimonianza diretta. Anche lo storico, quando la ascolta, deve fermarsi a raccoglierla, perché ogni racconto in prima persona è un documento unico e irripetibile. Gli scettici potrebbero obiettare che la memoria personale non è infallibile, e hanno senz’altro ragione. Per la verifica e la ricostruzione dei fatti non bisogna rivolgersi a chi li ha vissuti, bensì a coloro che li studiano. È proprio questo il compito degli storici: recuperare tutte le fonti di vissuti e informazioni per restituirle al pubblico “digerite” e interpretate. Quando i Passi di Resistenza diventano un’occasione per raccogliere racconti partigiani, la gente assiste al processo di costruzione della storia. Sta proprio lì l’essenza della Public History.
2018: replica del trekking storico a Maranello
Il successo dell’iniziativa del 2017, ci ha spinto a replicare il trekking storico l’anno successivo. Così a 75 anni da quei fatti, che diedero inizio a una delle fasi più critiche della storia locale e nazionale, la sezione ANPI di Maranello, con il patrocinio del Comune, ha proposto una commemorazione storica guidata nel centro della città. Siamo partiti proprio la mattina di domenica 9 settembre 2018, per collegare simbolicamente quella fase del passato al presente. Conoscenza della storia e rito della commemorazione si sono così saldate in un evento unico.
Nelle tre tappe previste dal programma, il pubblico ha potuto ascoltare il racconto dell’impatto del fascismo sulla comunità di Maranello, partendo da domande ancorate al vissuto quotidiano della popolazione: come si è arrivati alla costruzione della dittatura? Chi ricavava vantaggi dalle scelte di Mussolini? Gli enti del regime hanno cambiato la vita della popolazione di Maranello? Perché per oltre vent’anni nessuno riuscì a contrastare efficacemente la politica fascista?
La commemorazione ha raggiunto il momento culminante alle ex-scuole di Maranello, presso la lapide che ricorda Demos Malavasi. Qui ho ricostruito la storia di vita dell’antifascista di Novi e le vicende di quel 9 settembre 1943. Un giorno “estremo”, come diversi tra quelli che sarebbero giunti nei venti mesi successivi.

La mattina del 9 settembre 1943 Maranello si risveglia dopo una notte tormentata. Dopo l’annuncio dell’armistizio, i soldati tedeschi arrivano in piena notte e lungo via Vittorio Veneto si sentono diversi spari. I colpi sono indirizzati ad alcuni militari italiani, che da qualche settimana alloggiano nelle scuole del paese. Tra di loro, due uomini si distinguono per carisma ed esperienza: Demos Malavasi e Mario Ricci. Antifascisti di lungo corso, legati alle reti clandestine del Partito comunista d’Italia. Dopo un lungo confino, il 25 luglio la caduta del fascismo ha permesso loro di tornare a casa, ma la libertà è durata pochi giorni. Nella seconda parte dell’estate sono stati richiamati alle armi: anche se Mussolini non è più al potere, il Regio Esercito vuole continuare a tenerli sotto controllo, impedendo loro di sobillare le comunità di origine.
Demos Malavasi e Mario Ricci sono uomini maldisposti verso la disciplina militare, pronti a contrastare il fascismo con ogni mezzo. Anche con le armi. Quella notte, però, il blitz dei nazisti li coglie insieme ai commilitoni nelle stanze delle scuole. Non possono reagire: devono scappare in fretta. Mario Ricci riesce a calarsi da una finestra, trova aiuti nelle campagne e si mette in salvo. Di lì a qualche mese si porrà alla guida della Resistenza nella valle del Panaro, passando alla storia come il comandante “Armando”. Demos Malavasi, invece, è colpito al volto da una pallottola e rimane ucciso. Non ha il tempo di trasformare il suo antifascismo nell’esperienza della lotta partigiana. Il suo cadavere, coperto da un lenzuolo, rimane per un po’ nel cortile delle scuole, testimonianza ormai muta dei primi scontri a fuoco nel territorio di Maranello.

Ed è proprio la natura drammatica di quei frangenti, immersi nell’esperienza indicibile della guerra totale, a stimolare riflessioni valide anche per le vicende umane successive. Come ho spiegato, comprendere il significato delle scelte compiute nel mezzo del conflitto è fondamentale per capire nel profondo il senso dell’antifascismo. Di quello storico, portato avanti da chi non si è piegato al regime, ma anche di quello esistenziale, che ancora oggi spinge a battersi contro le violenze, le sopraffazioni e le discriminazioni. E che, per contrapporsi all’odio, ha bisogno di argomenti.
2018: la festa strozzata a Fiorano modenese
Nel territorio in cui vivo, tutti associano l’8 settembre alla tradizionale sagra di Fiorano Modenese. È la festa della Beata Vergine del Castello, che da oltre 300 anni vede migliaia di persone salire al colle del Santuario. Dal 1943, però, l’8 settembre assume anche un altro significato. Questa data ha segnato la storia d’Italia e dei suoi cittadini.
Si celebrò anche nel 1943, in piena Seconda guerra mondiale, la festa dell’8 settembre al Santuario di Fiorano? In quella serata, l’annuncio dell’armistizio condizionò l’evento? Mi sono fatta tante volte queste domande: sarà che a me, da storica (io sono Paola Gemelli), la data dell’8 settembre riporta subito indietro al 1943. La firma dell’armistizio è stata annunciata nello stesso giorno in cui la comunità di Fiorano Modenese da secoli ricorda la natività della Madonna. Fin dal 1639, infatti, al Santuario di Fiorano l’8 settembre si celebra la festa della Beata Vergine del Castello, che negli anni è diventata la “Festa di Fiorano” per antonomasia.

È difficile vivere a Fiorano Modenese all’inizio degli anni Quaranta. Dopo le guerre di conquista, volute già dal 1935 dal regime fascista per formare l’impero, l’intervento nel secondo conflitto mondiale costringe la popolazione a nuovi sacrifici. Il cibo è sempre più scarso, non ci sono soldi per costruire l’acquedotto e manca persino la rete fognaria.
Eppure le feste dell’8 settembre continuano a essere molto partecipate. Anche nei giorni ordinari “domina lo spirito di pietà”, come riferisce don Luigi Papazzoni a monsignor Cesare Boccoleri, arcivescovo di Modena e Nonantola. Com’era già accaduto durante la Prima guerra mondiale, masse di fedeli salgono al Santuario di Fiorano, chiedendo alla Madonna la salvezza per i propri cari. Secondo la tradizione, l’immagine della Beata Vergine del Castello è miracolosa: nei momenti di sconforto molti si aggrappano alla speranza di una grazia.
All’alba dell’8 settembre 1943, come ogni anno, Fiorano è pronta per la sagra. L’appuntamento con le celebrazioni e le bancarelle è una consuetudine che rassicura, anche in tempo di guerra. I cuori sono appesantiti dall’angoscia, ma sentono ancora più forte il bisogno di aggrapparsi alla speranza.
Quando scende la sera, arriva un colpo di scena. Il maresciallo Badoglio annuncia alla radio che l’Italia ha firmato un armistizio con le forze anglo-americane. Tra le vie del borgo e il piazzale del Santuario sono in tanti a gridare che è finita la guerra. I pensieri corrono alle preghiere della novena e della giornata: l’annuncio sembra giunto come una grazia al termine di tanti strazi.
Non fu 8 settembre come gli altri, quindi. Qualcosa però strozza in gola il senso di gioia: la pace è soltanto l’illusione di una sera, presto mutata in un nodo d’angoscia. Da lì in avanti non sarà più la stessa vita, perché eventi come quelli dell’8 settembre 1943 incidono profondamente sul corso della storia italiana. Anche Fiorano cambia volto: ville, scuole, ogni vano libero viene occupato dai nazisti. Fuori dalle botteghe di via Vittorio Veneto si formano code lunghissime di persone in attesa di ritirare il cibo della tessera. Quantità da fame, soprattutto per chi fa lavori di fatica. Dopotutto di risorse non ce n’è per nessuno e tutti cercano di sopravvivere. E che incubo i bombardamenti aerei, che dall’estate del 1944 colpiscono anche il paese.

Già il risveglio del 9 settembre è traumatico: i nazisti occupano il territorio e catturano i soldati. La comunità di Fiorano, già provata dai conflitti e dalla fame, entra nei venti mesi più difficili del Novecento italiano. Nei campi, nelle strade e nelle case dell’Emilia fa irruzione la guerra totale. Così alle case del voltone, lungo quella che all’epoca si chiamava via Roma, la sera del 9 settembre la famiglia Severi sente bussare alla porta. Sono due giovani soldati italiani, originari di Parma. Chiedono di essere presi dentro. La famiglia permette ai ragazzi di nascondersi nel magazzino, una stanza dove tengono la legna. Lì passano la notte.
Il giorno dopo Carlo Severi, che da qualche mese è rientrato dal lavoro temporaneo in Germania, recupera presso il fratello degli abiti civili. Li offre ai due soldati, che possono così lasciare quelli militari e passare maggiormente inosservati. Lasciano anche le armi, che Carlo provvede a nascondere seppellendole nel cortile. Si scorda però delle munizioni, che erano state appoggiate in casa, sopra a un mobile. Se ne ricorda qualche tempo dopo, quando una perquisizione dei soldati nazisti alle case del voltone lo fa sudare freddo. La fortuna – o l’intercessione della Madonna, come ama pensare la famiglia – fa sì che vengano perquisite solo la metà della case: i nazisti si fermano prima di raggiungere quella dei Severi. I soldati italiani sbandati se n’erano già andati, seguendo la via indicata da Carlo lungo il torrente Fossa…

Con il mio trekking sono volutamente arrivata alla tappa delle case del voltone quando era già buio, in modo da raccontare quanto accaduto ad una famiglia fioranese esattamente 75 anni prima, proprio nello stesso giorno, nella stessa serata. In questo modo anche gli spazi urbani meno appariscenti possono acquistare un senso per l’identità comunitaria, mentre le ricorrenze diventano davvero parte di una memoria collettiva.
Non si tratta però solo di ricordare. Le memorie di Pietro, figlio di Carlo – 11 anni all’epoca dei fatti raccontati – sono state preziose per ricostruire quei momenti e restituirli alla comunità. Così come lo sono state le mirate ricerche d’archivio che mi hanno impegnato nell’estate. Dall’Archivio storico comunale a quello della parrocchia di Fiorano, dall’Archivio di Stato a quello diocesano e altri ancora, le giornate passate tra le carte sono state una vera e propria sfida, costellata di piccole e grandi scoperte.
È stato un impegnativo lavoro di ricerca storica, studio, interpretazione e ricostruzione degli eventi storici, che poi le tecniche della Public History mi hanno permesso di provare a condividere con il pubblico attraverso il trekking storico La festa strozzata. Lo scopo non era solo quello di restituire memoria, ma anche e soprattutto conoscenza.
Pur essendo “di casa” a Fiorano Modenese, per via di altri progetti portati avanti in questi anni, quella volta ero più emozionata del solito. L’8 settembre a Fiorano non è una festa, è “la festa”! Occorreva essere all’altezza della fiducia accordata dai tantissimi intervenuti da Fiorano e non solo. Ce l’ho messa tutta, ma non ero sola e il concorso di tanti ha contribuito a quello che penso di poter definire un successo.
Va ringraziata quindi quindi l’impagabile Cristina Ravazzini, che ci ha permesso di riascoltare alcune voci del passato tratte da documenti e testimonianze. Le sue letture e interpretazioni hanno aggiunto suggestione a ogni tappa.
L’iniziativa è stata realizzata grazie all’amministrazione comunale di Fiorano e all’assessore alla Cultura e vicesindaco Morena Silingardi, all’ufficio Cultura – a Stefania Spaggiari e Alessandra Alberici in particolare – ma anche alla collega Maria Teresa Piccinini, preziose agevolatrici del mio lavoro. vanno poi ringraziati don Antonio e don Giuseppe, che mi hanno aperto le porte dell’archivio parrocchiale, e Federica Collorafi che per me ha fatto gli straordinari all’archivio storico diocesano di Modena-Nonantola. Un grazie anche a Giampietro Beltrami, dalla cui collezione ho tratto cartoline e fotografie utili a focalizzare visivamente la Fiorano di allora.
Infine, un ringraziamento ai partecipanti – ed erano ben 115 – che hanno seguito il mio trekking urbano. Il ritrovo e la partenza erano fissati per le ore 19 in piazza Giovanni Paolo II (davanti al Santuario). La camminata, a partecipazione libera e gratuita, è durata 1 ora e 30 minuti circa, con 6 tappe. E’ stato un tale successo che nel 2023 mi è stato chiesto di replicare il trekking storico.
2020: Dalle belle città date al nemico
Martedì 8 settembre 2020 a Modena ho camminato nella storia all’interni della rassegna estiva di Loving Amendola: il trekking storico Dalle belle città date al nemico mi ha impegnata in un percorso urbano in 5 tappe, con partenza e ritorno al parco Amendola. Durante la passeggiata il pubblicato ha scoperto insieme a me vicende di storia locale, accadute tra l’8 settembre 1943 e il 22 aprile 1945. Le mie narrazioni hanno riguardato in particolare alcuni luoghi significativi della zona di Modena che oggi corrisponde al Quartiere 3.

La partenza era fissata per martedì 8 settembre, alle ore 19, presso il parco Amendola e la partecipazione era gratuita. Abbiamo fatto un percorso ad anello di circa 5 km, dalla durata di due ore, comprese le soste narrative.
Sono partita da ciò che accadde a Modena dopo l’annuncio dell’armistizio. Ho poi proseguito raccontando alcune vicende della Resistenza in città. Alcuni episodi ci hanno fatto entrare nelle logiche dei Gruppi di azione patriottica, che compirono attacchi, sabotaggi e attentati.
Lungo il percorso, abbiamo anche avuto modo di riflettere sui meccanismi della propaganda, che, seppure con mezzi diversi, fu utilizzata sia dai nazisti e dai fascisti, sia dalle forze della Resistenza. Prendendo spunto da alcune vicende accadute in luoghi significativi della città, ho raccontato come si provò a orientare le masse a proprio favore ricorrendo a stratagemmi anche oggi ampiamente utilizzati nell’ambito politico o dell’informazione.

Ho raccontato anche frammenti di storie di vita che ci hanno permesso di capire alcuni aspetti di una guerra totale. A Modena e nelle città occupate dai nazisti nessuno poteva infatti considerarsi “fuori” dai pericoli del conflitto. Una chiamata alle armi o l’arrivo di una pattuglia in armi cambiavano spesso radicalmente gli orizzonti della vita quotidiana.
2022: Spilamberto 1943, sogno di libertà
Domenica 4 settembre 2022 alle ore 10.00 sono partita per… il 1943! L’ho fatto nel centro storico di Spilamberto, dove tra il 25 luglio e l’8 settembre accadono eventi emblematici per capire ciò che sconvolge l’Italia in quell’estate di guerra. Ho camminato tra le vie e le piazze del paese e fatto 7 soste narrative, “incontrando” donne e uomini che in quei 45 giorni provarono a sognare un futuro di libertà.

Il 25 luglio 1943 il Gran consiglio del fascismo vota un ordine del giorno di sfiducia nei confronti di Mussolini. Inizia così una fase politica che porta il duce prima alle dimissioni e poi in carcere. Quando queste notizie arrivano a Spilamberto, gli antifascisti escono allo scoperto dopo anni di clandestinità. Si aprono spiragli di speranza, ma il nuovo governo Badoglio annuncia che “la guerra continua al fianco dell’alleato tedesco”.
Che fare? Come coltivare un sogno di libertà, quando l’esercito ha il compito di evitare qualsiasi manifestazione che possa turbare l’ordine pubblico? Si può sperare nella pace, quando mancano la libertà e la giustizia sociale?
A Spilamberto, come in tanti altri luoghi d’Italia, tante persone si pongono domande come queste. Molti non sanno dove trovare le risposte, perché sono nati e cresciuti sotto il regime fascista e non conoscono alternative; sentono, però, che nel loro presente qualcosa non va. Allora, istintivamente, diventano “sovversivi”: si rivolgono alle persone che per anni hanno fatto propaganda clandestina e provano a fissare nuovi punti di riferimento per l’Italia che verrà.
Ma quando verrà, la nuova Italia? Molti sperano che arrivi l’8 settembre 1943, subito dopo l’annuncio dell’armistizio con gli anglo-americani. Per qualche ora, la guerra sembra finita. Poi, però, anche a Spilamberto cambia tutto…

Ho raccontato queste e tante altre storie dei 45 giorni badogliani e dell’inizio della Resistenza nel trekking Spilamberto 1943: sogno di libertà. Il ritrovo era fissato per domenica 4 settembre alle ore 9:50 in piazzale Rangoni, davanti all’ingresso principale della Rocca e l’evento è durato circa 2 ore, comprese le soste narrative. L’iniziativa era organizzata dalla sezione ANPI di Spilamberto con partecipazione libera e gratuita.
2023: Vignola 1943. L’autunno delle scelte
Per l’anniversario “tondo” dell’8 settembre 1943 – cioè in occasione degli 80 anni da quella data strorica – a Vignola si è tenuta una “due giorni” nella storia. Il primo appuntamento, venerdì 8, ho tenuto con altri un incontro presso la Sala dei Contrari della Rocca per raccontare cosa accadde in Italia dopo l’armistizio con gli anglo-americani. Nel tardo pomeriggio di sabato 9 ho invece approfondito i risvolti vignolesi di quell’evento storico, ripercorrendo le vicende accadute in città con un trekking urbano.

Alle ore 18 sono partita da piazza Braglia con il trekking storico Vignola 1943: l’autunno delle scelte. La passeggiata a tappe nel centro della città ha portato il pubblico alla scoperta dei modi in cui l’annuncio dell’armistizio, l’8 settembre 1943, cambiò le vite dei vignolesi. Ecco ad esempio come Mario Menabue raccontò l’atmosfera di quelle ore, rimaste impresse nella memoria di molte persone.
[…] La radio annuncia che il governo italiano ha chiesto agli Alleati l’armistizio. La notizia si diffonde in un baleno, proprio mentre la gente sta tornando a piedi dalla Pieve. Ben presto si alzano grida che annunciano la fine della guerra…
Da quel momento cominciò una fase carica di incertezze, nella quale nessuno poteva sapere “come andrà a finire”. È il tempo delle scelte, che ogni persona è chiamata a compiere seguendo la propria coscienza, ma anche le necessità di una vita sempre più difficile. Il trekking storico ha dipanato proprio questo tema, cruciale per la compresione di quel periodo storico, ma anche per il nostro presente.

Il trekking urbano è durato un paio d’ore, comprese le soste narrative. Gli eventi sono stati sostenuti dal Gruppo Mezaluna-Mario Menabue con la collaborazione dell’Università Popolare Natalia Ginzburg e della sezione ANPI di Vignola. L’iniziativa aveva il patrocinio del Comune di Vignola, assessorato alla Cultura. Pertanto, la partecipazione a entrambi gli eventi era gratuita. Era naturalmente possibile partecipare anche a uno solo dei due eventi, ma l’accoppiata ha permesso di avere uno sguardo più completo dell’8 settembre 1943 e di riflettere sulle peculiarità locali, inserendole in un quadro generale.
2023: replica del trekking storico a Fiorano modenese
Domenica 10 settembre 2023 sono tornata a Fiorano modenese per una camminata con narrazione storica che ci ha riportati al 1943, più esattamente all’8 settembre 1943. Una data che per l’Italia segna un momento di svolta nelle tragiche vicende della Seconda guerra mondiale, ma che per la cittadina modenese ha un doppio significato. Da secoli, infatti, proprio l’8 settembre è la data in cui a Fiorano si celebra la tradizionale Sagra della Beata Vergine del Castello.
Ma i fioranesi l’avranno celebrata anche in piena Seconda guerra mondiale? Certo, c’era ben poco da festeggiare, tra la fame che si pativa e i lutti frequenti, ma il conforto della fede aiutava molte persone ad andare avanti. Ho invitato al pubblico a porsi questa domanda e altre ancora: l’annuncio dell’armistizio, arrivato in serata, condizionò lo svolgimento della Sagra? E cosa accadde a Fiorano nei giorni successivi, i primi dell’occupazione nazista? Come cambiò da lì in avanti la vita del paese?

La lunga colonna di soldati italiani fatti prigionieri dalle truppe tedesche che attraversò il paese il 9 settembre non lasciava presagire nulla di buono. Il trasferimento a Maranello dei militari catturati al Palazzo ducale di Sassuolo e a Villa Coccapani segnò l’inizio dell’occupazione nazista a Fiorano. Per molti fioranesi la vita quotidiana si complicò ulteriormente, come per Giuseppina, mondina con il marito prigioniero in Germania, che ci ha “accompagnati” nel nostro percorso. Si trattata di un replica del trekking storico tenutosi nel 2018, realizzato grazie al sostegno dell’assessorato alla Cultura del comune di Fiorano modenese con partecipazione gratuita per il pubblico.
Il trekking storico urbano da me condotto e narrato si è svolto tutto nel centro storico di Fiorano Modenese in un paio d’ore, partendo dal Municipio. Gli interventi storici sono stati intervallati dalla lettura di documenti e testimonianze a cura dell’attrice Cristina Ravazzini.
