I confini dell’umano: narrazione-spettacolo a Sassuolo per il Giorno della memoria

Sabato 27 gennaio 2018, Giorno della Memoria, ho esplorato i confini dell’umano in una narrazione-spettacolo all’Auditorium Bertoli di Sassuolo. A tanti anni dall’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, sappiamo molto sulla storia della Shoah, ma restano ancora da raccontare le vicende di tanti uomini a cui furono tolti tutti i diritti. Anche a Sassuolo, sì. Nei mesi e anni precedenti ne avevo scoperte tante negli archivi del mio Comune e anche in quelli di Modena: quattro sono state protagoniste dell’evento del gennaio 2018.

Come si viveva a Sassuolo mentre gli ebrei d’Europa venivano perseguitati e deportati? Anche da queste parti qualcuno cercava di nascondersi o di fuggire all’estero? E come ha reagito la popolazione, prostrata dalla fame e tormentata dalla guerra? Sono partita da queste domande per riflettere sul Giorno della Memoria e portare qualcosa di nuovo al pubblico. A diciott’anni dall’inserimento del 27 gennaio nel calendario civile, ho pensato che l’intreccio tra storia locale e Public History potesse ravvivare la curiosità per una ricorrenza ormai nota. Per farlo ho selezionato storie di sassolesi e modenesi, ebrei e non, che furono investiti dalle leggi razziali o conobbero la deportazione nei lager nazisti.

A ottant’anni dalle leggi razziali

Nel 2018 ricorrevano ottant’anni da quando re Vittorio Emanuele III firmava le leggi razziali italiane, varate per discriminare gli ebrei presenti nella penisola. Il regime fascista si era ormai definitivamente allineato alla Germania nazista, ma non fu Hitler a portare Mussolini verso l’antisemitismo. Da tempo tra gli ex-squadristi e i nazionalisti covava un’ostilità d’impronta etnica nei confronti degli slavi. La propaganda fascista cavalcò quei pregiudizi nella gestione del confine orientale, poi rinvigorì i sentimenti razzisti nel corso delle campagne coloniali.

La “missione civilizzatrice” delle truppe italiane culminò nella conquista dell’Etiopia. Alla proclamazione dell’Impero seguirono forme di segregazione razziale e violenze nel controllo del territorio. Il regime promosse pensieri e comportamenti che legittimavano la prevaricazione nei confronti dei sudditi africani. La discriminazione si fondava su luoghi comuni elevati a verità e sulla presunzione della propria superiorità culturale.

La disuguaglianza dei diritti era un’esperienza comune nell’Italia fascista, dove la prevaricazione razziale faceva il paio con l’imposizione dell’autorità maschile alle donne. Venivano emarginati e in qualche modo penalizzati anche tutti quegli uomini che non si uniformavano al modello suggerito dal regime: virili, padri di famiglia e autoritari, così dovevano essere i maschi nel Ventennio.

Per quanto riguarda i provvedimenti antisemiti italiani, bisogna tuttavia riconoscere che fino al 1943 i provvedimenti razziali italiani ebbero effetti meno aspri rispetto a quelli tedeschi. Iniziò comunque una “persecuzione dei diritti” che trasformò gli ebrei in “cittadini di serie B”, soggetti a divieti crescenti e censimenti speciali. Quelle liste agevolarono poi il passaggio alla “persecuzione delle vite“, che avvenne dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione nazista.

I confini dell’umano

L’ideologia nazista attribuiva (falsi) fondamenti biologici alla superiorità della “razza ariana”, non ponendo limiti alla sua ricerca di uno spazio vitale. Il “nuovo ordine europeo” della svastica prevedeva di sottomettere o spostare i popoli inferiori per affermare la “forza del sangue” tedesco. La discriminazione tracciava i confini dell’umanosolo gli “ariani” potevano entrare a pieno titolo nella società del Reich. Agli altri restavano i lavori pesanti e le terre peggiori.

In molte parti d’Europa i popoli accettarono questo stato di cose. Chi poteva (o voleva) contestare la forza della Germania nazista? Allungare una mano agli ebrei sarebbe stato impopolare, poiché erano i capri espiatori perfetti per la società degli anni Trenta. I fascismi crearono il nemico interno, gli levarono i diritti e crearono le condizioni per toglierlo di mezzo. E nel frattempo Stalin consolidava il proprio potere sull’URSS con epurazioni e “purghe”…

Fu la guerra totale a mettere il filo spinato sui confini dell’umano. I nazisti chiusero nei lager chi non era degno del loro progetto. Gli oppositori furono zittiti e deportati, gli ebrei segregati ed eliminati. Quando l’armistizio dell’8 settembre 1943 trasformò l’Italia intera in un fronte, partì la caccia all’ebreo. Alcuni li nascosero e li aiutarono a trovare la salvezza. Altri li denunciarono e li consegnarono ai nazisti.

Una narrazione-spettacolo nel Giorno della Memoria

L’area di Sassuolo e la provincia di Modena custodiscono tracce importanti di questo passato. Storie di uomini orgogliosi e impauriti, pronti a mandare messaggi di protesta e ad acquistare la libertà con la fuga. Vicende di militari che divennero numeri nel gelo dell’inverno tedesco. Memorie di ebrei salvati e ombre di individui sommersi. Vite di lavoro e di testimonianza.

La serata all’auditorium Bertoli di Sassuolo.

Da questo groviglio di umanità io (io sono Paola Gemelli) ho ricavato tanti stimoli e quattro storie per la narrazione-spettacolo I confini dell’umano. L’editore modenese Angelo Fortunato Formiggini, l’ingegnere della ceramica Saime Leone Padoa e il soldato sassolese Carlo Bertini hanno ritrovato voce nelle letture di Cristina Ravazzini, mentre la Storia tracciava il filo conduttore della narrazione. Il percorso ha condotto sul finale a scoprire anche un quarto personaggio…

L’appuntamento era fissato per le ore 21 del 27 gennaio 2018, Giorno della Memoria, all’Auditorium Bertoli di Sassuolo. A ingresso libero, l’evento è stato organizzato dall’Istituto Gramsci di Sassuolo con il patrocinio e il sostegno del Comune di Sassuolo. La conferenza-spettacolo è andata in scena anche nella mattinata del 26 gennaio, in un momento dedicato esclusivamente alle scuole superiori sassolesi.

Ti racconto com’è andata riportando qui sotto il diario della giornata del 27 gennaio, scritto nei giorni immediatamente successivi all’evento.

I confini dell’umano: ecco com’è andata!

A volte mi piace definirmi “cacciatrice di storie”, ma non sempre sono io – Paola Gemelli – a inseguire o cercare le storie (in fondo si parla di ricerca storica, no?). A volte capita che siano le storie a trovare me: ti si presentano davanti mentre stai cercando tutt’altro. Allora le ascolti, prendi qualche appunto e poi le metti da parte. Perché non è il momento, stai facendo altro. Ma loro, le storie, mica stanno lì buone in un angolo, mica sempre ci stanno a farsi mettere da parte. E così capita che ti tornino in mente, a volte anche a distanza di mesi o anni. E poi, un giorno… è il momento!

E’ stato così per le vicende degli ebrei sassolesi negli anni tra il 1938 e il 1945… Inseguendo le orme dei primi ceramisti per il progetto Manodopera, oltre 10 anni fa ero incappata in una figura fondamentale per lo sviluppo tecnologico della ceramica nel distretto di Sassuolo: l’ingegner Leone Padoa. Intervistando il figlio, era venuta fuori la storia di una fuga precipitosa nell’autunno del 1943. Non avevo approfondito più di tanto, ma quella storia mi era sempre rimasta in mente. Nella primavera del 2017, lavorando alla mappa per il progetto didattico “Dai margini alla storia. Cittadini responsabili“, ecco la prima occasione per ritirarla fuori: la vicenda di Leone Padoa si prestava perfettamente ad illustrare il tema del razzismo. Fu l’occasione per una ricognizione nell’Archivio storico comunale di Sassuolo. Qui la vicenda trovò conferma in un documento che sottolinea che, nel gennaio del 1944, Leone e i suoi genitori, sebbene

regolarmente inscritti in questo registro di popolazione, sono irreperibili e si ignora la loro attuale dimora.

Una conferma che si aggiungeva alla testimonianza orale raccolta oltre 10 anni prima. Era più che sufficiente per la natura e gli obiettivi del percorso didattico. Così quella storia è rimasta nell’angolo ancora qualche mese. Finché non ha bussato di nuovo: era proprio ora di raccontarla. L’Istituto Gramsci di Sassuolo e il suo presidente Paolo Fantoni hanno accettato la sfida e io mi sono messa al lavoro inseguendo i fili che avevo.

L’Archivio di stato di Modena ha restituito qualcosa in più, il resto è venuto dal ricchissimo archivio privato che la famiglia Padoa mi ha messo a disposizione. E da entrambi sono venuti altri fili ancora: i Padoa non erano gli unici ebrei presenti – in qualche caso solo per un veloce passaggio – a Sassuolo. Erano solo gli unici di cui si era a conoscenza, gli unici di cui gli uffici potevano segnalare la sparizione. Gli altri passarono clandestinamente, appoggiandosi alla famiglia Padoa e alla medesima rete che permise a questa di salvarsi. Oppure restarono, con cognomi nuovi, che davano meno nell’occhio. Chi li aiutò? E cosa successe nei mesi di clandestinità? La ricerca storica messa in campo ha permesso di rispondere a gran parte di queste domande e a quel punto era ora di raccontare queste e altre storie ancora.

Lo conferenza-spettacolo andata in scena a Sassuolo per il Giorno della memoria ha dato modo a tanti di scoprire come la grande storia si è intrecciata con le vicende e le storie di vita della capitale della ceramica. Ripercorrere le storie di vita di quanti, ebrei e deportati militari modenesi e sassolesi, hanno vissuto – o sono morti – ai confini dell’umano ha permesso di capire, nell’intreccio di storia e memoria, l’impatto e la portata della persecuzione dei diritti e delle vite che caratterizzarono il periodo storico dal 1938 – anno di approvazione delle “leggi razziali” – al 1945.

Davanti agli occhi del pubblico sono apparsi sotto nuova luce non solo l’ingegnere della ceramica Saime Leone Padoa, che riuscì a salvarsi e continuò a lavorare a Sassuolo nel dopoguerra, ma anche l’editore modenese Angelo Fortunato Formiggini (proprio quello che dà il nome al liceo cittadino), che 80 anni fa si buttò dalla Ghirlandina, e il soldato sassolese Carlo Bertini, che a 18 anni visse l’esperienza della deportazione militare in un campo di prigionia nazista. Di un quarto personaggio, la cui identità è stata rivelata solo alla fine, non darò il nome nemmeno qui… si sa mai che prima o poi si faccia il bis! 

Raccontare “le storie dalla storia” fa sempre il suo effetto, ma soprattutto mi ha permesso di dare corpo e voce a una storia lontana che a volte è tanto assurda da non sembrare vera, che pare lontana e non lo è, che non sembra nostra e invece ci appartiene.

Cristina Ravazzini

Come detto, la conferenza-spettacolo è stata ideata e costruita sulla base di documenti e testimonianze provenienti da archivi storici e raccolte famigliari, tra cui anche quella, ricchissima, di Angelo Fortunato Formiggini, ma non me li sono tenuti tutti per me: molti sono stati proposti al pubblico attraverso proiezioni, mentre la voce dei protagonisti ha risuonato nell’interpretazione della sempre efficace Cristina Ravazzini

Come detto qualche riga più sopra, grazie al patrocinio e al sostegno del Comune di Sassuolo, sono potuti andare in scena due spettacoli: uno per le scuole nella mattina del 26 gennaio presso l’aula magna del polo scolastico e uno per la cittadinanza nella serata di sabato 27 all’auditorium Bertoli. L’appuntamento dedicato agli studenti ha registrato il “tutto esaurito” con 10 classi presenti dai vari istituti superiori sassolesi, mentre sono state una settantina le persone che hanno assistito alla messa in scena di sabato sera. Ma i numeri non dicono tutto: sul momento e nei giorni successivi ho ricevuto feedback positivi e mi sono confrontata con tante persone che hanno portato nuovi stimoli… e allora… la ricerca continua!

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