Nell’anno accademico 2020/2021 ho tenuto un seminario agli studenti iscritti al corso di Laurea magistrale in Scienze della Storia e del Documento dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” per parlare loro di Digital Public History nell’ambito del Laboratorio in Digital History per il curriculum Public History. Divulgazione e didattica della storia tenuto dal professor Enrico Acciai.
Il curriculum di Public History dell’università di Roma Tor Vergata intende fornire agli studenti, oltre alle conoscenze e competenze proprio del Corso di Studi in Scienze della storia e del documento, una specifica formazione sulle diverse forme della divulgazione della storia avvalendosi di una stretta collaborazione tra docenti universitari e professionisti che si sono affermati nei diversi linguaggi e strumenti legati alla diffusione del sapere storico.
La richiesta di tenere un seminario era motivata dalla volontà di far conoscere l’esperienza di un professionista esperto di Digital Public History. Anche se da tempo gli storici sono consapevoli che gli strumenti digitali possono aiutarli nel loro mestiere, tuttavia per molti non è semplice cambiare il proprio modo di lavorare. Così spesso ci si limita a “trasferire“ il proprio lavoro in un ambiente digitale. Io penso che fare davvero Digital Public History significhi invece “generare” tale lavoro in un ambiente digitale. È un modo diverso di lavorare, che richiede di aggiungere nuove e avanzate competenze e consapevolezze. Vale sia per la fase della ricerca sia per quella della restituzione o dell’alta divulgazione storica.
La rivoluzione del digitale
Il digitale ci permette di allargare la ricerca con nuove domande, ma anche di costruire discorsi pubblici e attività didattiche prima impensabili. D’altra parte, se è vero che oggi, viviamo in una “cultura digitale”, come potrebbe il Public Historian restarne fuori? Il Public Historian che voglia essere digital, deve necessariamente formarsi a tale scopo e mettere in conto la necessità di un continuo aggiornamento. La sfida non è da poco, ma esserne consapevoli è già un primo importante passo. Il resto può farlo la disponibilità a “sporcarsi le mani” con qualcosa che di solito non rientra nell’ambito umanistico.
Durante l’incontro del 26 ottobre 2020 ho cercato soprattutto di far comprendere proprio questo. L’ho fatto raccontando via via alcune delle mie esperienze professionali: allestimenti museali, progetti partecipati, didattica, divulgazione sui social network e sul web…
Non solo la ricerca storica, ma anche la Public History e l’alta divulgazione storica sono infatti il mio mestiere da tempo, tanto che avevo già tenuto più volte seminari a livello universitario per trasmettere le conoscenze acquisite in diversi anni di esperienza professionale.
La Digital History
Oggi si parla molto di Digital History o Storia digitale e anche di Digital Public History. Da tempo gli storici si sono resi conto che gli strumenti digitali possono aiutarli nel loro mestiere, sia nella fase di ricerca che in quella di restituzione al pubblico degli esiti di tali studi.
Negli ultimi mesi, le restrizioni legate alle normative anti-Covid hanno costretto gli storici a ricorrere agli strumenti digitali anche quando non era previsto: didattica, convegni ed eventi di Public History sono stati spesso convertiti in didattica a distanza, conferenze in streaming, video ecc… secondo i casi.
Tuttavia, la Digital History non è la semplice trasposizione nel mondo digitale di quanto prima si faceva in presenza. O, almeno, noi pensiamo che non dovrebbe esserlo. Sarebbe infatti un peccato limitarsi a trasferire il proprio lavoro in un ambiente digitale, quando si potrebbe generarlo in un ambiente digitale.
Il digitale non ci permette solo di consultare archivi che prima non avremmo potuto fisicamente raggiungere (se non al prezzo di molto tempo e molti costi), né solo di farlo più velocemente (ad esempio attraverso una maschera di ricerca), ma ci permette di allargare la ricerca con nuove domande, che prima sarebbe stato impossibile fare.
Un cambio di prospettiva
Le tecnologie digitali ci offrono strumenti che ci invitano a cambiare la nostra prospettiva e il nostro modo di lavorare. Il digitale consente di costruire discorsi pubblici di alta divulgazione storica e attività didattica che prima non era possibile realizzare.
Non si tratta di abbandonare – o di smettere di acquisire – le competenze che tradizionalmente caratterizzano il professionista della storia, ma di aggiungere competenze nuove e di lasciare che queste orientino il nostro modo di lavorare. Gli strumenti digitali hanno, anche, i loro difetti, come da più parti si evidenzia. Tanto più, vanno approcciati con occhi diversi. Lo diciamo ancora: secondo noi non si tratta di “adattare” modalità precedenti, ma di acquisire competenze avanzate – non solo digitali – per sfruttare appieno le potenzialità della tecnologia.
Il fatto è che, oggi, viviamo in una “cultura digitale”: come potrebbe lo storico starne fuori, tanto più se Public Historian? Significherebbe giocarsi la possibilità di essere presenti e intervenire nel discorso pubblico, che è proprio uno degli obiettivi della Public History. Oggi, insomma, il digitale non può davvero essere un’opzione. Il vero Public Historian dev’essere digital.
L’intervento al laboratorio in Digital History
Agli studenti del laboratorio in Digital History ho raccontato alcune mie esperienze professionali, “pescando” da diversi ambiti: progetti partecipati, didattica, divulgazione sul web… I frequentanti del corso, però, avevano curiosità anche su altri aspetti della Public History e, soprattutto, avevano il desiderio di capire come se ne possa fare una professione.
Conosco lo smarrimento di chi, avvicinandosi al termine degli studi, si interroga sul proprio futuro professionale e si chiede quali passi compiere, a quali porte bussare e, anche, se non sia il caso di studiare ancora un po’. Sono per la formazione continua, ritenendo che sia necessario un continuo aggiornamento, tanto più per un digital historian. Tuttavia la mia esperienza mi porta anche a dire che sperimentarci sul campo mi ha permesso di affinare tecniche, competenze e strumenti di lavoro. Spero di aver portato agli studenti qualche elemento utile per orientarsi e anche un po’ di coraggio che non guasta mai!
Il più bel commento ricevuto? “Mi hai aperto un mondo”. Grazie!