C’è un muro in piazza Ciro Menotti a Fiorano modenese che è un pezzo della storia del paese. Muri come quello raccontano storie dolorose. Ricordarle non è facile né per chi le ascolta né per gli storici: bisogna cercare di capirle fino in fondo. Ecco perché non basta la memoria, ma occorre una ricostruzione storica adeguata e la capacità di trasmetterla al pubblico.
Mi sono cimentata in tale impresa nell’ormai lontano inverno del 2017. Il muro in questione è un pezzo di muro della Casa del fascio di Fiorano: quando è stata abbattuta, si è scelto di conservare solo quel pezzo di muro, perché portava i segni di una storia che la comunità non voleva dimenticare. Contro quel muro, il 15 febbraio 1945, sono state uccise 5 persone.
L’antefatto: nella notte dell’11 febbraio 1945 un gruppo di partigiani si scontra con due tedeschi a Fiorano Modenese. Un militare rimane ucciso e un altro viene fatto prigioniero. L’indomani il comando germanico predispone una ritorsione. In paese arrivano cinque ostaggi, destinati all’impiccagione, ma il parroco avvia i contatti per uno scambio di prigionieri. Dopo parecchie ore di tensioni e speranze, le trattative saltano e gli ostaggi vengono fucilati contro il muro della casa del fascio.
Ogni anno l’amministrazione comunale di Fiorano Modenese ricorda l’”eccidio del muro” con una commemorazione ufficiale. Domenica 19 febbraio 2017, il programma si è arricchito della restituzione di una ricostruzione storica della quale io (io sono Paola Gemelli) ho curato la regia. Così dopo la Messa, la posa delle corone e il saluto delle autorità, ha preso il via il trekking storico lungo un percorso urbano (piazza Ciro Menotti – Santuario – via Gramsci – piazza Ciro Menotti) a cui è seguita una narrazione con letture presso la Sala piano terra di Palazzo Astoria. Per raccontare gli eventi del 15 febbraio 1945, non sarebbe infatti bastata la voce storica: per questo ho chiesto aiuto agli attori dell’Accademia della Stravaganza di Fiorano, che hanno dato corpo alla memoria.
Di seguito ti propongo il diario di quella giornata, che ho scritto subito dopo l’evento.
Il diario di quella giornata nella storia di Fiorano
Dopo l’assaggio di primavera degli ultimi giorni, fa più freddo del previsto quando, alle 10, apriamo la saletta di Palazzo Astoria. Al calduccio, insieme agli attori dell’Accademia della Stravaganza, è il momento di prendere gli ultimi accordi, di fare le ultime prove. Poi una volata veloce per le vie che percorreremo durante il trekking, per controllare che sia tutto a posto, sgombro e accessibile, ed eccomi di nuovo in piazza Ciro Menotti. Un’occhiata al cielo: stamattina c’è una nebbia alta che copre il sole. Chissà se quei giorni di febbraio del 1945 erano così freddi: “Anch’io volevo scappare, ma c’era il gelo e mio padre era a letto con una grave forma d’influenza” ripassa Giacomo – alias dottor Giulio Roccavilla – con il tabarro già addosso.

Poi il ritmo della giornata accelera: arrivano tante persone e in un attimo il portico del teatro è pieno di gente. Subito dopo dalla chiesa parrocchiale di Fiorano arrivano i tanti che hanno seguito la messa e raggiungono il Monumento ai Caduti di tutte le guerre. I segni sul muro sono lì, accanto alla statua di Marino Quartieri, nel perimetro che fu Casa del Fascio ed è Giardino della Memoria e della Pace. La banda Flos Frugi di Fiorano suona il Silenzio. Tra chi assiste alla posa della ghirlanda ci sono anche i parenti delle vittime di quel 15 febbraio 1945 che oggi ricordiamo. Tra chi è intervenuto, tanti vogliono ricordare, ma vogliono anche cercare di capire. È questa la sfida che mi sono ripromessa di provare a vincere con gli strumenti della Public History. Sento tutta l’importanza di quello che stiamo per fare.
Radunato il pubblico in piazza Ciro Menotti, comincio a distribuire il materiale che ho preparato e che viene dall’Archivio storico comunale. Le persone restano un po’ stupite, ma tutte vogliono avere tra le mani l’avviso dell’allora Commissario prefettizio e le fotografie: il tuffo nel passato riempie di fascino anche la bozza per un manifesto di divieto e una veduta da cartolina. La curiosità accende i loro occhi: qualcuno riconosce l’immagine della Casa del fascio, qualcuno se la ricorda, proprio lì, tanti anni fa. La magia è cominciata, mentre inizia il racconto storico. Saliamo al Santuario e tutti insieme ci caliamo ancora di più negli anni delle guerre mondiali, quando qui si veniva a cercare conforto e rifugio.
Attorno a noi i testimoni silenziosi di quel tempo: villa Coccapani, la Basilica, villa Guastalla. Edifici storici che dominano la collina da centinaia di anni, che ancora ci colpiscono per la loro bellezza e che oggi facciamo “parlare” grazie alla ricostruzione storica.
A volte i documenti sembrano muti e noiosi, ma se non ci fossero, come si potrebbero raccontare queste vicende? A proposito, qualcuno ha voglia di leggere l’avviso che ho consegnato all’inizio del trekking?
Per ordine del locale Comando Germanico, informo che è severamente proibito entrare nei Parchi Coccapanni [sic] e Guastalla e altre proprietà di questo Capoluogo, per abbattervi arbitrariamente piante, allo scopo di ricavarne legna da ardere. Il precitato Comando avverte che sarà fatto fuoco senza alcun preavviso su chiunque sarà trovato ad abbatere [sic] legna nei parchi sopra citati dopo il coprifuoco.
Mentre fra gli errori ortografici dei documenti si snoda il racconto, c’è chi “si ritrova”, chi ricorda e chi si stupisce: non sapeva. Da parte di tutti percepisco molta attenzione… c’è silenzio, e già questo non è scontato, però si sente quel desiderio collettivo di comprendere che è la base di ogni slancio storico. Non esiste conoscenza senza condivisione, non c’è ricerca senza le domande che sprizzano dagli occhi di chi è affascinato da un mondo e lo vuole capire.
La Grande Guerra, il fascismo, l’odio contro gli slavi, il razzismo coloniale, l’anticamera della discriminazione, le stelle di David, i sequestri, gli scarponi militari che calcano il suolo, il rombo degli aerei, il fischio delle bombe… Le storie pesano come macigni, ma sotto il cielo del Santuario prendono vita nella semplicità del racconto. Scendiamo, ma l’incanto non si spezza: mentre camminiamo qualcuno mi affianca per chiedere un dettaglio in più… si è accesa la voglia di sapere e capire.
Nuova fermata in via del Santuario: leggiamo un altro documento, un’altra storia, un altro tassello. La violenza della guerra totale non si capisce in due parole. Non basta sfiorarla, occorre raccontarla nella sua complessità, perché non esiste una storia sola: è l’accostamento critico dei punti di vista che rende l’idea di com’è stato essere a Fiorano e nel mondo in quell’epoca di estremi.
L’ultima tappa, nel luogo dove sorgeva la vecchia caserma dei carabinieri, proietta i camminatori nella cartolina degli anni Trenta, poi li blocca in un sobbalzo. Proprio lì l’11 febbraio 1945 si è verificato lo scontro a fuoco che è costato la vita a un soldato tedesco, e proprio lì, carichi di quell’emozione, gettiamo le basi per la seconda parte del nostro evento.

Di nuovo nella saletta, comincia il recital: si susseguono le voci di allora. Voci che si contraddicono, si correggono, divergono, voci che lasciano intravedere altre possibilità, altri finali, ma anche il triste presagio di quello che invece sarà. Siamo tutti col fiato sospeso. La storia la conosciamo, eppure… in quel momento è come se fossimo catapultati nella realtà di allora. Ogni parola di Luciana, alias la dattilografa del cronista modenese Adamo Pedrazzi, ci immerge in quel passato.
“Sassuolo è triste, perché ormai la notizia si è diffusa. Tale tristezza non si confà coi canti, che vorrebbero essere giulivi, dei molti militari tedeschi che percorrendo inquadrati le vie cittadine vengono dai campi per recarsi alle caserme. Codesti canti, almeno nel momento d’oggi, potrebbero tacere: v’è un doloroso lutto ed è stato creato da voi (…)”
Ogni voce traccia un ponte tra il nostro respiro di oggi e le nostre strade di ieri: il mondo è lo stesso? La distanza che ci separa da quei giorni è svanita come d’incanto: ci sembra di essere lì, insieme a Teresa, alias Maria Bedini, mentre inseguiamo il treno dei condannati a morte. Oppure di fronte alla vecchia Casa del Fascio, dove avvertiamo vibrazioni che ci avvicinano a quel mondo, ma anche a un altro spazio.
Sì, proprio in quel momento capiamo di non essere lontani dagli squarci che lacerano il nostro tempo: il muro di Fiorano riflette le ombre delle barriere che tanti vogliono erigere contro i loro simili. Ogni sillaba degli attori e del racconto ci proietta in una realtà complessa, difficile da decifrare, con logiche nelle quali dobbiamo provare a calarci, se vogliamo davvero capire. E… se? Quando entra in scena Massimo, alias il comandante partigiano del Battaglione Nocetti, pensiamo che forse le cose potevano andare diversamente. Invece no: il finale che conosciamo arriva. E il dolore torna, ancora una volta, insieme alle parole di Dante Corti, un partigiano in carne e ossa: il fazzoletto della Resistenza completa l’incanto di un volo attraverso il tempo, proiettando le emozioni di ieri nell’oggi della memoria.

Non è su queste note, però, che chiudiamo il nostro viaggio, perché non vogliamo aprire la porta della sala e ripiombare nella cecità di ogni giorno: certe emozioni servono solo se ci cambiano lo sguardo. Quando la storia traccia un ponte fra il passato e il presente, bisogna avere il coraggio di attraversarlo… e allora nei segni che le pallottole dei nazisti hanno lasciato sul muro di Fiorano emergono riflessi di barriere e fili spinati, pulizie di indesiderabili e guerre tra poveri. Di fronte ai nostri occhi di viaggiatori attraverso il tempo, il delirio della post-verità e l’era della rabbia si svelano per quello che sono: menzogne, cattive coscienze, plotoni d’esecuzione, sirene di guerra. Gli sguardi s’incrociano e sono lucidi: sì, posso dirlo, ce l’abbiamo fatta.
